
La giovinezza – Reading time: 8min..
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‘Giovinezza‘ è una parola che noi adulti pronunciamo spesso, ma che ascoltiamo raramente. La usiamo come simbolo, come energia da evocare nei discorsi pubblici e nelle strategie di comunicazione, salvo poi dimenticarne la fragilità reale, concreta, quotidiana. E poi accadono eventi che interrompono la retorica e costringono a guardare sotto la superficie delle narrazioni rassicuranti, come la strage di giovani a Crans-Montana. Un fatto che, al di là della cronaca, impone una riflessione scomoda ma necessaria: quale sguardo rivolgiamo oggi alla giovinezza? E soprattutto, quale uso ne facciamo? Perché il problema non è ciò che accade ai giovani, ma ciò che accade intorno a loro. I contesti che costruiamo, i modelli che imponiamo, le aspettative che proiettiamo. La giovinezza diventa così uno spazio di proiezione adulta per lo più sfruttato. E quando qualcosa si spezza, quando il peso diventa insostenibile, fingiamo sorpresa. Ma la sorpresa, in questi casi, è solo una forma di rimozione collettiva.
Il mio nome è Roberta e in virtù di una ricca combinazione di abilità trasversali sono in grado di occuparmi di Comunicazione Avanzata, dalla A alla Z.

Esperta storyteller e creator, appassionata di tecnologia e professionista della scrittura, curo un Magazine Digitale e, nel 2021, ho dato vita all’Accademia dell’Individuazione e di Digitalizzazione del Talento. Sono oggi ufficialmente membro del team internazionale attivo presso l’Idea Lab: laboratorio di idee facente parte del NeverEnding Studio. Su questo blog, condivido la mia filosofia ed etica del lavoro, oltre ad analisi sul metodo e a temi relativi all’uso dell’IA.
L’attività che svolgo è, in estrema sintesi, quella di ricercare e valorizzare l’unicità di persone, brand, aziende, prodotti, offrendo al pubblico le storie che oggi cerca.
Scrivo questo articolo in qualità di professionista della scrittura e di persona che lavora ogni giorno con l’intelligenza artificiale applicata ai processi narrativi per professionisti e aziende. Ma scrivo soprattutto come adulta. Perché il punto è esattamente questo: essere adulti oggi significa assumersi una responsabilità che va ben oltre il giudizio, l’analisi o la polemica. Significa smettere di considerare i giovani come una risorsa da sfruttare, un target da monetizzare, un capitale simbolico o economico da estrarre finché è possibile.
Questo articolo, dunque, non è un’accusa ai giovani, ma un appello agli adulti.
I giovani non sono un guadagno.
Sono una promessa. E una promessa non si sfrutta: si custodisce.
Crans-Montana come specchio
Crans-Montana non è più solo un luogo. È diventato, suo malgrado, uno specchio. Uno di quegli specchi che non riflettono ciò che vorremmo vedere, ma ciò che siamo diventati. Ogni volta che un evento drammatico coinvolge ragazzi e ragazze, il dibattito pubblico si attiva con una velocità impressionante. Analisi sociologiche improvvisate, sentenze morali, semplificazioni rassicuranti. Tutto, tranne una cosa: l’assunzione di colpa collettiva.
Perché è più facile parlare dei giovani che parlare a partire da noi.
È più comodo chiedersi “che cosa non va in loro” piuttosto che domandarci quale mondo abbiamo costruito intorno a loro. Quali modelli di successo abbiamo imposto. Quale idea di valore abbiamo normalizzato. Quale tipo di linguaggio – competitivo, predatorio, performativo – abbiamo reso l’unico possibile.
Cominciamo, dunque, a ricordarci che la giovinezza non è un concetto astratto né una risorsa rinnovabile: è una fase della vita esposta, permeabile, profondamente influenzabile dal mondo che la circonda.
Il grande equivoco generazionale
C’è un equivoco profondo che attraversa la relazione tra adulti e giovani: l’idea che ogni nuova generazione debba “rendere”. Rendere in termini di produttività, di visibilità, di risultati, di ritorno economico o simbolico.
Questo equivoco nasce da una cultura che ha trasformato tutto in capitale: il tempo, le relazioni, l’identità, perfino il dolore. I giovani crescono immersi in un ecosistema che chiede loro di essere interessanti prima ancora che autentici, performanti prima ancora che consapevoli, vincenti prima ancora che umani.
Il rispetto non è indulgenza
Parlare di rispetto verso i giovani non significa giustificare tutto. Non significa negare la complessità, i conflitti, le responsabilità individuali. Significa però una cosa molto precisa: smettere di esercitare potere senza consapevolezza.
Il rispetto è un atto strutturale, non emotivo.
È il modo in cui progettiamo le istituzioni, i sistemi educativi, gli spazi digitali, in cui raccontiamo il successo. È il modo in cui reagiamo all’errore, è il linguaggio che utilizziamo quando parliamo di futuro.
Un adulto che rispetta non umilia. Non riduce. Non usa e non sacrifica.
Narrazione e responsabilità
Come storyteller, so bene che le storie non sono mai innocue. Le narrazioni costruiscono cornici di senso dentro cui le persone imparano a stare al mondo. Oggi i giovani abitano storie che non hanno scritto loro: storie di competizione permanente, di visibilità obbligatoria, di confronto continuo.
Se lavori con la scrittura – e ancor più se lavori con l’AI applicata alla scrittura – hai una responsabilità ulteriore. Perché gli strumenti narrativi amplificano. Accelerano. Rafforzano.
La domanda non è solo “che cosa possiamo fare con la tecnologia”, ma “quale mondo stiamo raccontando attraverso di essa”.
Se il mondo che raccontiamo è un mondo in cui vale solo chi performa, allora non stupiamoci se i più giovani si spezzano nel tentativo di stare dentro quella storia.
L’AI non è neutra (e nemmeno noi)
L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come uno strumento neutro. Non lo è. Riflette le intenzioni, i bias, le priorità di chi la utilizza. Può essere un moltiplicatore di cinismo o un alleato di consapevolezza.
Applicata alla scrittura, l’AI può aiutare a produrre contenuti più velocemente. Ma può anche aiutare a pensare meglio, a rallentare, a interrogare i modelli narrativi dominanti.
Se continuiamo a usare la tecnologia solo per ottimizzare il profitto, stiamo insegnando ai giovani che il valore coincide con la resa. Se invece la usiamo per creare spazi di senso, stiamo offrendo loro qualcosa di molto più raro: legittimazione.
Lasciare un mondo migliore non è uno slogan
“Lasciare un mondo migliore” è diventata una formula vuota, buona per i discorsi istituzionali e le campagne di branding. In realtà è una pratica scomoda. Richiede rinunce. Richiede di mettere in discussione privilegi e di smettere di avere sempre ragione.
Un mondo migliore per i giovani è un mondo in cui:
- l’errore non coincide con la condanna
- il fallimento non equivale alla perdita di valore
- il tempo di crescita non è una colpa
- la fragilità non è un difetto
Questo mondo non nascerà da solo. Deve essere costruito, difeso, raccontato.
Un appello agli adulti
A chi insegna, governa, comunica. A chi crea prodotti, contenuti, piattaforme.
Smettiamo di chiedere ai giovani di reggere un sistema che noi stessi non siamo stati capaci di correggere. Smettiamo di usarli come alibi, come specchio deformante, come risorsa da spremere.
Quanto accaduto a Crans-Montana non deve essere archiviato come “un fatto”. Deve restare una domanda aperta. Una di quelle domande che non cercano una risposta rapida, ma un cambiamento reale.
I giovani non hanno bisogno di essere salvati. Hanno bisogno di non essere traditi.
E questo, oggi, riguarda solo noi.

Hai domande? Fatti sentire! Commenta questo articolo, esterna il tuo pensiero. Con educazione, non esitare a rivolgere critiche, da parte mia sempre bene accette.
Una disamina o un appunto costruttivo, infatti, incentivano quel critical thinking che è un elemento imprescindibile per la mia crescita, nella mia vita privata come nel lavoro. Tuttavia, un apprezzamento sarebbe gradito.
Grazie per la tua attenzione.


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